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Le nostre esperienze si svolgono in montagna, solitamente nell’arco di una sola giornata, anche se l’attitudine con cui cerchiamo di praticarla non è necessariamente legata alla montagna. È però innegabile che la montagna ha un fascino e un valore particolare. Per citare Robert Macfarlane dal suo libro “Come le montagne conquistarono gli uomini” (2005): “La montagna sembra rispondere al crescente bisogno di spazi dell’immaginazione che assilla il mondo occidentale”.

Per molti è oggetto di desiderio e fonte di consolazione. Sostanzialmente, come ogni paesaggio naturale, la montagna mina in noi la compiaciuta convinzione – in cui è tanto facile cadere – che il mondo sia fatto dall’uomo per l’uomo.

La maggior parte di noi abita per gran parte del tempo in mondi strutturati, pensati, controllati dall’uomo. Ci si dimentica che esistono ambienti che non rispondono allo scatto di un interruttore, che hanno ritmi propri e piani di esistenza diversi. La montagna impedisce questa amnesia. Esprimendo forze più grandi di quelle che possiamo invocare, ponendoci di fronte a tempi la cui ampiezza non riusciamo neppure a concepire, essa confuta l’eccessiva fiducia nel “fatto dall’uomo”. Costringe a riflettere sulla nostra durata, sul valore dei nostri schemi mentali. Induce alla modestia.

La parola che forse più di tutte sintetizza il sentimento dell’uomo di fronte alla montagna è proprio questa: modestia. È sulla modestia – o umiltà – che vogliamo centrare le nostre esperienze.

Le mete che ci proponiamo di raggiungere si trovano nelle montagne entro un raggio di due ore di macchina da Roma: sul Gran Sasso, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, sui Monti della Duchessa, sui Monti della Laga, con qualche puntata fino ai monti Sibillini. In questi passaggi saremo fortemente sostenuti dal potere rigenerante dell’ambiente naturale. Immersi nelle faggete del Parco d’Abruzzo o del Monte Nuria o dei Monti Simbruini, oppure al cospetto dei prati che coprono gli altipiani di Campo Imperatore o di Castelluccio di Norcia, oppure ancora sulle aeree creste del Gran Sasso o dei Sibillini o del Monte Velino – l’animo umano non rimane indifferente, per quanto la vita cittadina possa averci indurito o resi positivisti-razionalisti fino alle soglie del cinismo.

Di fronte agli spettacoli della natura – grandi o piccoli che siano – l’animo umano si risveglia, e gioisce, e la sensazione di espansione diventa percepibile, e le proprie vicende trovano una collocazione in una dimensione più grande.

L’attitudine che caratterizza queste esperienze è quella dell’ascolto. L’esperienza è strutturata in modo da creare le condizioni affinché ognuno possa predisporsi all’ascolto; e così ascoltare ciò che si incontra sul cammino: dai piccoli inconvenienti alle grandi sorprese, tutto può essere utilizzato come risposta per chi è in grado di porre domande. In una visione olistica del mondo e della natura, gli eventi non accadono a caso: come diceva qualcuno, “chiamiamo coincidenze la nostra incapacità di vedere le connessioni”.

 

Nelle nostre esperienze le dimensioni di gruppo e di ascolto si fondono: diamo spazio al silenzio per facilitare il risveglio dell’ascolto interiore, e diamo spazio alla condivisione per consentire la maturazione di una visione di gruppo dell’esperienza.